Non Finito Calabro
di Marcello Cua
La Calabria è una delle regioni più belle d’Italia e più fertile del Sud, con le sue foreste imponenti e selvaggie, i suoi  aspri dirupi a picco sul
mare, i suoi 800 km di costa, le splendide acque  ioniche dalle quali ‘nacque Venere’, la costa tirrenica con le sue spiagge frastagliate, gli uliveti
secolari, la rigogliosa macchia mediterranea, una flora tra le più varie e ricche di tutta la fascia mediterranea, una varietà territoriale che spazia
dalle zone desertiche alle foreste impenetrabili della catena Appenninica, cascate e corsi d’acqua, e limpide sorgenti.
Alle immense risorse naturalistiche si affianca il patrimonio storico e archeologico.
Dalla piana di Sibari, dove un tempo sorgeva una città grandissima e fiorente, al sito archeologico di Kaulonia, all’antica Krotone con il tempio di
Era Lacinia circondato da scavi mai ultimati, al monte di Tiriolo che fu, secondo alcune fonti storiche, la terra dei Feaci, in quanto è l’unico
monte dal quale si riesce a scorgere i due mari citati da Omero.

A tutto questo si affianca una specie  di maledizione, qualcosa come una bestemmia, ovvero l’orrido costruito dall’uomo moderno.
Un contrasto cosi stridente tra ciò che ha creato Dio e ciò che ha realizzato l’uomo, qui raggiunge un vertice che forse si può trovare solo nei
paesi dell’America latina, o comunque del cosiddetto terzo mondo.
Il  ‘non finito calabro’ si affianca al ‘ finito’ altrettanto orribile per cui intere città e piccoli villaggi sono circondati da mostri di cemento realizzati
non si sa come né da chi.

In estetica, per ‘non finito’ si intende un’opera d’arte volutamente non portata a termine. In questo caso l’artista  sceglie di non portare a termine
alcune parti dell’opera per  lasciare libero spazio alla creatività del fruitore, per completare con la sua personale immaginazione il dipinto o la
scultura o qualsiasi altra cosa.
In altri casi si lascia una parte non finita per accentuare il contrasto con le parti troppo finite e per creare quindi, nell’osservatore, una maggiore
esperienza estetica,  come avviene per esempio nell’esperienza del SUBLIME.

Famosa, fra tante opere non finite, è la celeberrima  Pietà Rondanini di Michelangelo. Questa opera si può considerare sublime, al contrario
della Pietà che si trova nella basilica di San Pietro a Roma, dove Michelangelo in età giovanile scolpisce sul marmo una Pietà estremamente
finita che possiamo considerare bella nel senso più alto del termine, ma non sublime.
Diverso è il caso del ‘non finito calabro’, dove non solo non c’è nessuna intenzionalità estetica da parte di chi lascia le case incomplete, ma al
contrario c’è l’impossibilità di innalzarsi a qualsiasi senso artistico che richiami il bello o il sublime o il pittoresco ecc. Qui siamo di fronte ad un’
inversione radicale, ad una assenza del gusto, ad un impedimento di percepire le leggi  dello spirito che governano il bello.
Il ‘non finito calabro’ è il brutto inconsapevole, un brutto che deriva da una incapacità di elevarsi oltre il meramente utile, vale a dire si cerca di
rendere funzionale ciò che si costruisce senza badare alla forma, anzi quasi si è animati da una sorta di fantasia del brutto..

Questo è un fenomeno tutto moderno perché, fino a 40 -50 anni fa, la Calabria, pur non presentando esempi di alta architettura, aveva
comunque un tessuto urbano degno di tutto rispetto.
Con il boom industriale degli anni 60, i calabresi scoprono il benessere economico e incominciano a costruire all’impazzata.
Gli antichi “coppi”, meravigliose tegole di terracotta fabbricati in loco, vengono rapidamente sostituiti  prima con coperture all’amianto, poi,
quando l’amianto viene dichiarato fuorilegge, con orribili lamieroni finto-tegola. Le belle porte di castagno o d’abete silano lasciano il posto agli
infissi di alluminio anodizzato stile cappella mortuaria, i bellissimi muri stradali di pietra vengono abbattuti e sostituiti da muri in cemento.
Lo scempio è totale, forse irreversibile. L’intera costa ionica e tirrenica è sventrata da mega palazzoni che si affacciano sulla spiaggia.

Al disastro del cattivo gusto si affianca la calamità dell’emigrato, ovvero padri di famiglia calabresi  che emigrano in Svizzera o in Germania, e si
ritrovano dopo tanto sudore con il portafoglio pieno e l’ignoranza di sempre. E che fanno? Tornano a casa e incominciano a costruire
casermoni di tre-quattro piani in modo da assicurare l’appartamento a ogni figlio, e com’è noto, le famiglie qualche tempo fa non erano certo di
scarsa prole!
L’emigrato, oltre ad essere uno sfigato completamente sradicato dalla sua terra, spesso non conosce  l’esatta distanza che intercorre tra il
sogno di costruire il palazzone per i figli e il tesoro monetario accumulato. Da questa mancanza di sano realismo nasce il famoso o famigerato  
‘non finito calabro’.
E cosi l’emigrante che torna dalla Svizzera comincia a costruire, e naturalmente i soldi incominciano a diminuire, e a un certo punto i piloni con il
ferro sono già pronti per alzare un altro piano, ma che accade? Non ci sono più soldi, dunque si torna a partire per fare altri soldi e si lascia il
palazzo con i piloni di ferro in bella vista (si fa per dire) i solai di cemento senza copertura ecc.

Allo spiccato senso del brutto nel calabrese medio si associa la completa assenza di  senso civico, per cui si comporta come se fosse solo al
mondo, come se il territorio dovesse essere fruito solo da lui, ovvero come se l’obbrobrio lasciato incompleto non fosse visto da nessun altro.
Il calabrese individualista e rozzo è il prodotto degenerato dell’era moderna. Quando si passa rapidamente da una condizione culturale e
sociale di stampo medioevale (anni 50) ad una nuova più moderna senza  consapevolizzare, senza avere il tempo necessario di assimilare i
nuovi modelli culturali,  il risultato, anzi, uno dei risultati può essere il ‘non finito calabro’.
Le fasce non acculturate calabresi hanno subito il progresso come una sorta di annientamento della loro originaria e bella umanità. Essi sono
stati violentati e derubati per secoli dai numerosi popoli stranieri che si sono avvicendati, e finalmente sono stati violentati anche dal cosiddetto
progresso.

Ciao!

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