
La Gita
Mi svegliai presto quella mattina per fare una lunga passeggiata prima d’iniziare il lavoro al computer. Avrei passato l’intera giornata davanti
allo schermo ma, siccome il tempo era splendido, un cambiamento di programma sembrava d’uopo. Telefonai a Nick e Cathy su a Badolato
Superiore. “Ciao Nick! Sono io, Martino. Che ne dici di fare una gita oggi?” “Beh, ho un paio di faccende da sbrigare”, rispose Nick “poi però
nulla. Cosa hai in mente?” “Mah, pensavo a fare un giro in montagna. Conosco un posto sopra Tiriolo da dove si possono ammirare sia il mar
Ionio che il mar Tirreno, e se resta così chiaro, dovremmo poter scorgere anche l’isola di Stromboli. Allora?” “Va bene, sembra un ottimo
programma. Cathy ed io scendiamo da te fra quaranta minuti, circa. Ciao.”
Mentre aspettavo l’arrivo dei miei amici, presi la carta stradale per verificare il percorso. La statale 106 segue per un tratto la costa che si
estende da Reggio e, oltre Catanzaro, su fino a Taranto ... ma la strada ci porterà verso l’entroterra, su per le colline, attraverso i villaggi di
Gasperina e Montauro, poi giù per la valle di Squillace, verso Maida e poi a nord, incrociando la E 848 (la strada europea anche nota col nome
di statale dei due mari), su per Tiriolo, l’antico borgo noto per la strategica posizione a guardia della valle del Lamato, fra Catanzaro Lido e
Lamezia, già dai tempi dell’Odissea. Sono così affascinato dalla storia di quei posti che, a passarci, ancor più cresce la voglia di meglio
conoscere tutti quegli storici avvenimenti.
Come programmato, il terzetto si incontrò da me, caricammo un po’ di frutta e un binocolo in macchina e in breve ci mettemmo in moto. Uscimmo
dal paese sulla statale fino all’uscita per Montepaone, poi girando a ponente, su per la montagna verso Gasperina per giungere, dopo 15 minuti
di salita, nel parcheggio che serve la locale unità sanitaria, la chiesa e il cimitero. Il luogo ha un’imprendibile vista sul mare e sulle pianure
sottostanti. Questo posto apparteneva un tempo ai frati Cistercensi di Serra San Bruno, che dista una trentina di chilometri più all’entroterra. I
normanni costruirono le fortificazioni per il monastero, e i Cistercensi pare avessero a che fare con i crociati e i templari, e forse anche con il
Sacro Graal, spiegai ai miei amici.
La vista era da mozzafiato. Ne Nick, ne Cathy erano mai stati quassù, seppure l’avranno visto una centinaia di volte sto posto, dal basso,
mentre passavano sulla statale 106, su per Catanzaro o giù per Soverato, per un milione di diverse ragioni. In questo ultimo giorno di
novembre il tempo era perfetto. Durante i giorni precedenti pioggia e vento avevano sciacquato tutto a nuovo e trasformato il territorio, peraltro
già assai verde, in un tappeto lussurioso di un verde chiaro, tempestato col verde scuro degli ulivi e il rosso terracotta dei tetti in tegola. L’aria
era calma e chiara. Potevamo ammirare la costa estendersi per chilometri nelle due direzioni, e le vallate sembravano dita tracciate dalle cime
dei monti fin giù verso la costa. Il susseguirsi delle creste appariva in una scala di verde-blu sempre più scuri, per finire a quella più lontana, all’
orizzonte, solo una fettina grigia in contrasto all’azzurro brillante del cielo. Lì vicino, un gruppo di pazienti sedevano tranquilli e si godevano il
sole osservando il terzetto che chiacchierava del tempo eccellente dell’incredibile vista sui villaggi sottostanti. Cathy si avvicinò loro, scambiò i
saluti e spiegò che no, non eravamo turisti in vacanza, abitavamo anche noi in zona e ci stavamo gustando la giornata in gita.
Nick ed io osservavamo i villaggi e le campagne e chiacchieravamo con calma. Da questo luogo privilegiato d’osservazione tutto sembrava
perfettamente ordinato: gli ulivi allineati con grande precisione; le case e le costruzioni lungo la strada erano disposte elegantemente, come
per opera di un grande urbanista, e non certo come apparivano in realtà, quando uno era costretto a destreggiarsi nel traffico, a volte caotico e
rischioso, della centosei.
Tornando all’auto, indicai una grande rovina giù sotto, nella direzione del nostro cammino. “Quella era la Grangia. Fu costruita quale deposito
di grano per approvigionare le crociate. Era la più grande costruizione dell’Europa di quel tempo. Ma sarà per un’altra volta, poiché sarebbe
una bella sgambata arrivarci, dopo aver lasciato la strada.” Avevamo passato più tempo, di quanto avevo previsto, a chiacchierare e a goderci
la vista; prevedevo altresì che ci saremmo fermati a Montauro prima di continuare per Tiriolo. Volevo mostrar loro una chiesa che stavo
studiando per un libro. “Pare che anche quella chiesa avesse legami con i cavallieri templari molto tempo fa ma, solo recentemente, la storia
sta venendo a galla, anche grazie alle ricerche del mio amico Giuseppe Pisano”.
Solo pochi chilometri di strada montana separano i due villaggi e in 15 minuti ci arrivammo e camminammo verso la chiesa. La celebrazione
della messa era in corso ma, senza esitazione alcuna, il terzetto si unì a un gruppo di fedeli che stava in piedi sul retro della chiesa semivuota,
come se intendessero essere i primi ad uscire nel caso di un terremoto. Passammo qualche minuto a guardarci attorno, cercando fra nicchie e
altari per i molti segni che i templari, si dice, abbiano lasciato lì, e poi, prima della comunione, il trio uscì dalla chiesa. Stando sui gradini davanti
al portale della chiesa attirai l’attenzione all’iscrizione incisa sopra il portale: “Terribilis est locus iste ...” (Questo luogo è terribile). Un’incisione
significativa dei templari e la medesima iscrizione che si trova presso la loro chiesa principale, al castello di Rennes, in Francia.”
Facemmo due passi attorno e quindi verso la piazza situata a oriente, adornata da un’imponente fontana di età medievale e da enormi palme.
C’è anche un balcone che apre la vista sopra i tetti in tegola delle case arrocate appena sotto la chiesa, e su quelle costruite lungo la strada
che scende dal fianco dell’ impervo monte. Parlavo con evidente eccitazione delle storie che avevo sentito raccontare a proposito della chiesa
e del vicino, antico villaggio di Roccelletta, dei crociati e dei templari. “Tutte queste vicende storiche e questi intrighi qui, così vicino.” D’un
tratto fui interrotto da un signore sulla settantina che con altri due stava appoggiato alla ringhiera del balcone.
“Sento che parla inglese ... Lei di dov’è?” Questa era una scena famigliare che si ripeteva frequentemente, quando qualcuno ci sentiva parlare
in inglese. E ciò ci diede l’occasione per una breve conversazione. Ci stringemmo la mano mentre ci presentammo. “Io vissi per cinquant’anni
in America, a Toronto. È un posto bellissimo ma sono tornato a vivere qui; qui è differente. C’hanno tutto ma non c’hanno niente. È bellissimo
ma non c’è lavoro. Le mamme danno 50 Euro ai loro figli da spendere; soldi che si tolgono dalla misera pensione. Ma non c’è nulla da fare,
eccetto che forse raccogliere le olive. Non certo come in America.” “Eh già, ma hanno anche loro dei problemi in America,” disse Nick. “È dura
anche là. L’economia in crisi la sta facendo pagare a tutti.”
A questo punto intervenni anch’io: “Ciò mi fa venir in mente che stavo passeggiando vicino al mio villaggio, l’altro giorno, lungo una strada che
costeggia un aranceto. Le piante erano cariche di grosse arancie mature. Purtroppo nessuno le raccoglieva, ma lasciavano che cadessero e
restassero al suolo a rovinarsi. Mi ricordai come da ragazzo alla scuola cattolica le suore raccoglievano le nostre monetine d’elemosina e ci
dicevano: I bambini muoiono di fame in Europa e noi possiamo aiutare a sfamarli con queste monetine. Ora ci stanno un sacco di poveracci in
America che si gusterebbero proprio queste arancie. Vorrei potergli mandare quelle.” A quel punto il nostro nuovo amico di Toronto scoppiò a
ridere, mentre traduceva ai suoi amici italiani la nostra conversazione in inglese.
Pensai che era ora di proseguire. “Dobbiamo andare – è stato un piacere, ciao, ciao!”
E ci incamminammo verso l’auto per avviarci verso la prossima tappa.
La giornata si stava riscaldando sotto il sole brillante mentre scendemmo dai monti dietro la cresta di Montauro e giù nella valle a ovest di
Staletti e Squillace. La valle è di una bellezza pittoresca, con le fattorie e i campi distesi sulle colline, come dipinti a larghe pennellate, ma
nessuna tela avrebbe potuto catturarne l’immagine. Che paradiso! La valle tranquilla si estende pianeggiante mentre proseguivamo
lentamente, con i finestrini abbassati per gustare l’aria tiepida di una giornata soleggiata. “Volevo acquistare un’auto sportiva da usare qui in
Italia, magari decapottabile per giornate come questa, invece mi sono accontentato di questa Renault a cinque posti e ampio spazio per il
bagaglio. Mi sembra di essere Geppetto nella pancia di una grande balena blu.” “Ma che dici,” replicò Nick, “è perfetta per le gite: grande e
spaziosa, con enormi finestrini, e molto comoda!”
“Perché non cambiamo percorso e passiamo da Borgia?” propose Nick. “C’è una bellissima cattedrale medievale che vorrei visitare.”
Arrivammo a Borgia verso mezzogiorno, attraversammo il centro e trovammo un posteggio dietro la cattedrale. In Piazza del Duomo stava
aprendo il mercatino di Natale. Diverse bancarelle erano allestite per l’occasione con giocattoli, vestiti, decorazioni e oggetti di manifattura
artigianale eseguiti per il Natale.
“Prendiamo un caffè?” chiese Cathy. “Mi farei anche uno spuntino,” risposi. Entrammo in un bar della piazza e ordinammo due espressi e un
cappuccio per Cathy. Non avevamo premura e il tempo passava piacevolmente mentre Nick ed io discutevamo dei dettagli architettonici di
antichi edifici, e Cathy chiacchierava con gente del posto. Così passò un’altra oretta prima di ripartire e tornare a guidare per le belle vallate.
Arrivammo a Tiriolo verso le due, dopo aver attraversato il fiume e risalito a serpentina su per il fianco della montagna. Il villaggio stava
arroccato su in alto, sopra la valle, e tutte le stradine strette, strette apparivano proprio molto antiche. Attraversammo il centro del paese e poi
infilammo una stadina fra la strada principale e la montagna. A differenza della serpentina degli ultimi venti minuti di salita, questa stradina si
arrampica dritta per alcune centinaia di metri e poi si rivolta su sé stessa, in una curva a gomito, per continuare tutta dritta la ripida ascesa.
“La vista panoramica sta a 500 metri sopra di noi e ci dovremmo arrivare proseguendo,” dissi con un filo di nervosismo nella voce. “Sta
stradina ha una sola corsia appena poco più larga dell’auto,” notò Nick, ora intento a osservare il precipizio sulla sua destra. Avevo ridotto la
marcia in prima e stavo accellerando su per la curva a gomito, dando abbastanza gas da mantenere la progressione. Cathy sedeva in silenzio,
ma aveva paura. Aveva visto il segnale rotondo “divieto di passo” che passai senza indugio, mentre stavo concentrato a non uscire da quella
fettina di strada appiccicata al fianco della montagna. A questo punto l’auto arrancava su per il ripido dislivello, ma non senza problemi. I
temporali degli ultimi giorni avevano lasciato il tracciato ingombro di rami, pigne e aghi di pino. Le ruote anteriori sdrucciolavano sul fondo
bagnato, e i residui portati dal vento e il freddo certo non favorivano la tenuta di strada, anche poiché la strada era in ombra.
Quest’ultima tirata sembrava durare un’eternità e come arrivammo alla prossima curva a gomito, invece di proseguire, lasciai il tracciato della
strada e posteggiai l’auto su una piazzola non più larga della mia vettura e annunciai il fine corsa. L’ultima volta che salii, la strada era asciutta
e pulita. Più in alto il tracciato è ancora più difficile e non vorrei rischiare di trovarmi in difficoltà dove non c’è modo di fermarsi e cambiare la
direzione di marcia. Da qui in avanti le opzioni sono solo due: o continuiamo su per i ripidi declivi, riducendo la marcia in prima per prendere le
strette curve e mantenere il motore in moto, oppure, e Dio ce ne salvi, precipitiamo giù per il dirupo. La strada non ha ringhiere. Se fossimo
caduti nel precipizio, ci sono solo pochi pini per fermare l’auto in caduta.
Contenti di aver lasciato l’auto, salimmo a piedi verso la cima. Ci volle quasi un’ora per salire gli ultimi 350 metri. Il tracciato è assai ripido e ci
stancammo presto, con frequenti fermate per riprendere fiato, ammirare i fiori silvestri e la vista, parzialmente impedita dagli alti pini, che in
qualche modo stanno abbarbicati al fianco della montagna. “L’intera montagna è terrazzata,” feci notare, mentre guardavo verso la nostra
destinazione. “Chi ne fu l’artefice e perché? Le terrazze sono strette e non c’è traccia di alcun tipo di coltivazione.” “Furono forse costruite per
attraversare la montagna ancora prima che questa stradina esistesse,” disse Nick, “ci vollero anni per scavarle.”
Arrivammo in cima verso le tre, orgogliosi per il traguardo raggiunto, ma al contempo delusi. La vista delle valli a est e verso la catena montuosa
della Sila era bellissima. Cathy e Nick si appollaiarono in cima al più alto spuntone roccioso e ne scattai un foto. Evitammo i soliti scherzi:
Indietro un altro passo! Spostati un po’ a sinistra! – Non c’era spazio per gli scherzi; un solo passo falso e sarebbero finiti in caduta libera,
centinaia di metri di puro terrore, prima di atterrare e maciullarsi a fondo valle. Sfortunatamente era troppo tardi per gustare a pieno la vista
che ci aveva portato fino a quassù. Malgrado potessimo vedere con chiarezza il sottostante villaggio di Tiriolo, il sole al tramonto aveva creato
uno strato di foschia che ofuscava l’orizzonte a ponente e nascondeva allo sguardo il mar Tirreno. “Dovremmo tornarci un’altro giorno!
Iniziamo a scendere?” “Per me va bene!” Volevo tornare al piano prima del tramonto. Ero abbastanza preoccupato per lo sdrucciolìo delle
gomme in salita e già pensavo alla ripida discesa e alle due strette curve a gomito.
La camminata giù verso l’auto era rilassante e ci dava sollievo dalla tensione provata prima. Per di più vedemmo altre due auto salire dove io
non avevo osato continuare. Mi sentivo un po’ in colpa per aver portato l’auto così in alto e vederne alcune proseguire fino in cima, mi dava un
po’ di sollievo e nel contempo tranquillizzava i miei amici sulla discesa. “Se lo possono fare loro, lo potremo anche noi.” Poi durante la discesa a
piedi incontrammo un signore che stava salendo a piedi con il giovane figlio; ci soffermammo a chiacchierare per qualche minuto. “Sono anni
che mi faccio sta camminata tutte le domeniche,” disse l’uomo. Il figlio prestava attenzione al padre che parlava con noi, stranieri, della bellezza
del posto. “È bello oggi, ma aspetta che nevichi! La bellezza sarà incredibile con la neve, ma è molto pericoloso!” ci fece notare, riportandoci
alla preoccupazione per la discesa in auto, mentre riprendavamo a camminare.
Appena giunti all’auto ci mettemmo a studiare la miglior strategia per uscire dal posteggio e invertire il senso di marcia. Purtroppo l’auto era
parcheggiata troppo avanti per evitare di grattare il telaio uscendo dal posteggio. La miglior manovra avrebbe invece portato l’auto a marcia
indietro su per la stretta curva a gomito, invertendo così il senso di marcia. Avviai il motore e abbassai i finestrini per ben udire le istruzioni.
Cathy stava davanti e Nick dietro. Dapprima avanzai gentilmente di pochi centimetri e Cathy già gridava “stop!” per evitare che le ruote
anteriori finissero nel fossato. Col volante tutto girato a sinistra, feci marcia indietro per dieci centimetri, poi, rigirando le ruote a destra, mi
riportai avanti fino a un filo dal fossato. Manovrai ancora un paio di volte finché Nick gridò: “Dai che ora ce la fai – dagli tutta a sinistra e fai
marcia indietro”. Come rilasciai la frizione, sentivo il polso accellerare al ritmo del motore mentre spingevo il pedale del gas. L’auto rispose
facilmente alla guida, girando dolcemente a destra sulla strada in salita e portandosi in una posizione goffa, per il dislivello, con una ruota sopra
la superficie più ripida della curva. Lasciai scivolare l’auto avanti per permettere ai miei passeggeri di salire a bordo. Salirono e si allacciarono
immediatamente le cinture di sicurezza.
Ora eravamo diretti a valle e sentivamo i freni faticare per trattenere la corsa. Come li rilasciavo, l’auto scendeva. Continuavo a frenare ma
provavamo come la forza di gravità ci stava tirando giù per la ripida discesa. Sentivamo i cuori palpitare forte e, stranamente, stavamo
intensamente zitti.
Cathy stava ora seduta dalla parte del precipizio e si spingeva faticosamente avanti per osservare la strada davanti a noi, stressata a causa
delle pigne e aghi di pino che avremmo trovato. Nick invece stava inclinato a destra, come se fosse in motocicletta, nell’intento di portare il
peso a monte. Anch’io stavo molto attento a evitare qualsiasi cosa che avrebbe portato l’auto a sdrucciolare, ma evitare le pile di pigne e aghi
su una stradina così stretta era impossibile. Quanto di peggio temevo, si stavo ora realizzando. Sentivo i pneumatici slittare sulle pile di aghi
umidi che fungevano da cuscinetti a sfera sotto le gomme. Eravamo a meno di metà strada dalla prima curva a gomito e già l’auto stava
accellerando la corsa. A questo punto frenare aumentava il rischio di perdere il controllo, ma non frenare accresceva sempre più la velocità
ottenuta per forza di gravità. Eravamo tutti perfettamente coscienti che l’alta velocità ci sarebbe stata fatale. Non ci sarebbe stato modo di
frenare in curva e saremmo precipitati dalla montagna fino giù a valle, un centinaio di metri più sotto. Cathy deglutì e sospirò: “Che Dio ci
salvi!” Proprio in quel momento la ruota anteriore destra colpì un sasso. Quel sasso era coperto dai detriti e aghi di pino; l’avevo notato
salendo quando notai che le gomme slittavano, ma riuscii a evitarlo. Mentre ora c’ero salito sopra in pieno, causando un leggero slittamento
verso l’argine della stradina.
Lo slittamento fu minimo, ma ciò bastò per perdere il controllo dell’auto. La forza di gravità ci stava spingendo verso il precipizio. In una
frazione di secondo la ruota anteriore aveva lasciato la carreggiata e il resto dell’auto la stava seguendo, nella mia mente tutto si stava
svolgendo come in un film al rallentatore. Dapprima il telaio emise un rauco lamento sfregando sul cordolo, poi l’auto iniziò a capovolgersi,
dapprima su un fianco, come un’enorme balena blu che s’impenna, poi rotolò a pancia in su, e giù di nuovo su un fianco. Queste terribili
rivoluzioni continuarono a velocità sempre maggiore, finché la corsa non finì con l’auto accartocciata in fondo alla valle.
“No, non proprio così. La discesa ci spaventò un po’, ma non è successo proprio nulla. Ora va’ a dormire!”
Ciao!
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La Gita
Testo originale inglese di Martino
Sturino, traduzione di Curzio
Caravati